Finalmente ci siamo!
Martedì 29 novembre alle ore 20:30, presso la Sala Rosa del Palazzo della Regione, avrà luogo  una serata aperta per riflettere sulle tematiche dell’immigrazione, dell’ integrazione e dell’informazione durante la quale sarà presentato “Nulla è Accaduto”, il documentario sociale di Sebastiano Luca Insinga, prodotto dall’associazione LIMEn e da ASUT nell’ambito del progetto “Un Ponte verso Lampedusa”, promosso da LIMEn in partnership con il Centro Astalli di Trento e con la partecipazione della Presidenza del Consiglio Provinciale di Trento.
La proiezione sarà preceduta dalla premessa della serata con gli interventi dei rappresentanti delle associazioni organizzatrici e le partecipazioni del regista Sebastiano Luca Insinga e di Paolo Caroli, giornalista dell’Adige e critico cinematografico.
Dopo la proiezione del film comincerà il dibattito con gli interventi di Maddalena Maltese, giornalista siciliana, caporedattore di cittanuova.it, quotidiano online del quindicinale d’opinione “Città Nuova” e la testimonianza diretta di uno dei giovani rifugiati giunti quest’anno in Italia proprio attraverso il Mediterraneo e attualmente ospiti della comunità trentina.

L’organizzazione del dibattito e della presentazione del documentario sono state promosse e curate dal Movimento Politico per l’Unità, NetOne e ovviamente LIMEn.

Martedì 29 novembre 2011 | Ore 20.30
Piazza Dante, 16 – Palazzo della Regione, Sala Rosa – Trento

La cittadinanza è invitata a partecipare

Incontro organizzato e promosso da LIMEn – Movimento Politico per l’Unità e Net One

Di Paolo Caroli

 Nell’oscurità della sala cinematografica si compie un viaggio alla scoperta dell’oscurità che è dentro noi stessi, il cinema è uno squarcio sulle pulsioni recondite che la vita ordinaria di ciascuno di noi reprime; tramite il mezzo cinematografico l’uomo prova il piacere fittizio ed illusorio di essere onnipotente come Dio, potendo creare mondi illusori di celluloide. Se il cinema è questo, non è difficile capire come la fruizione e la produzione di cinema sia stata vietata dalle comunità ultraortodosse e non è difficile capire l’ebbrezza che un gruppo di donne ebree ultraortodosse può provare nello sperimentare un tale strumento ed una tale onnipotenza, smettendo per un momento di essere fedeli ossequiose, devote e timorate di Dio, figlie, mogli e madri di una prole improponibile di bambini. Ecco allora che queste donne diventano per la prima volta sognatrici, celluloid dreamers, come appunto s’intitola titola originalmente il film.

Questa è la storia raccontata in The Dreamers. Protagoniste un gruppo di moglie e madri di una ristretta comunità ultraortodossa, all’indomani della piccola apertura di queste comunità all’uso dello strumento cinematografico e alla produzione di film da parte di donne e destinati solamente a donne. La pellicola ci guida nell’ovattato mondo di queste ragazze e signore, senza alcuna pretesa rivoluzionaria, scissionistica o comunque di critica alle ristrette regole della propria comunità di appartenenza, ma anzi al contrario molto attente a far sì che il proprio progetto possa essere accettato dalla comunità. In una fusione di stupore, emozione, ingenuità, dignità, queste donne compiranno, non senza difficoltà, un’impresa dall’importante valore identitario, che a noi (pubblico) permette al tempo stesso di riscoprire il valore (da noi forse dimenticato o dato per scontato) e il senso dell’esperienza cinematografica in sé.

Se in queste comunità il sé si definisce in base alle relazioni con gli altri e ai ruoli che a ciascuno vengono assegnati (figlia, moglie, madre…) l’uso dello strumento filmico fa scoprire improvvisamente alle donne l’orgoglio di uno spazio individuale e l’importante dinamica del confronto con l’alterità attraverso la recitazione.

Per nulla ideologica, scontata o prevedibile, la pellicola accompagna le donne in quest’esperienza semplice e d’enorme portata al tempo stesso, con una regia che quasi si annulla per dar voce alle voci femminili e alla loro sensibilità, senza eccessi o manicheismi, in maniera onesta e interessante.

        
La redazione di Limen

Comincia Religion Today Film Festival la prima rassegna cinematografica al mondo – nasce nel 1997 – dedicata al dialogo tra cinema e religioni.

Questa rassegna cinematografica nasce con la convinzione che il cinema possa costituire una buona officina per una conoscenza reciproca tra le varie culture e i diversi immaginari ad esse congiunti. L’efficacia dell’immagine cinematografica permtette infatti di meglio veicolare il pensiero e le figure di riferimento delle diverse esperienze religiose.
È questa la premessa necessaria per cominciare a fugare le idee preconcette e i vuoti di informazione che tanto spesso producono falsi giudizi sulle religioni.
Quest’anno, inoltre, L.I.M.En. collabora con REC, la rivista di Religion Today, un laboratorio di giornalismo vissuto da una redazione giovanissima dove i suoi collaboratori – meglio sarebbe dire collaboratrici dato che sono quasi tutte ragazze – si avvicinano sia all’esercizio della scrittura giornalistica che allo studio e alla riflessione sul rapporto tra cinema e religioni.
In questo senso, L.I.M.En pubblicherà sul suo blog alcuni articoli in versione integrale e gli abstract di tutti gli altri che saranno poi consultabili per intero, e in forma cartacea, su REC che potrete trovare nei luoghi in cui si organizzano le proiezioni o altri eventi collaterali al Religion Today Film Festival.

Vi aspettiamo tutti alla conferenza stampa di presentazione di Religion Today che si terrà giovedì, 6 ottobre 2011 ore 10.30 presso Palazzo Calepini, sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto in Via Calepina 1 – Trento

Per il programma completo, le collaborazioni, l’elenco e le sinossi dei film in concorso consultate sito di Religion Today Film Festival cliccando qui
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LA MARCIA DEL TIPNIS

Posted: 23 settembre 2011 in identity and memory

di Emanuele Casapiccola

La riserva india del Tipnis è in pericolo a causa del progetto di realizzare una lunga arteria che collegando la Bolivia al Brasile taglierà in due la foresta pluviale.

Indios boliviani in marcia per protestare contro il progetto di realizzazione di un’autostrada lunga 366 km che taglierà in due la giungla tropicale del National Park and Indigenous Territory Isiboro Secure (Tipnis) Foto: ©FrontiereNews.it

 
Tierra es mi cuerpo
Agua es mi sangre
Aire es mi aliento
Fuego es mi espiritu
 
Madre te siento bajo mis pies
sento los batidos de tu corazon

Gli Incas, come altri popoli che hanno vissuto sul nostro pianeta prima di noi, adoravano gli elementi natuali: la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco. Erano consci di essere parte della natura la rispettavano, la temevano e la ringraziavano. Senza l’acqua non c’è vita, senza l’aria non c’è vita. L’usanza di ringraziare c’è ancora in Bolivia: per il cibo, per l’aria pulita quando ti entra nei polmoni, per un bel panorama o versando un goccio di birra alla madre terra prima di berla, per ricordare sempre che quello che consumiamo viene dalla terra e ritorna alla terra.

Campo di coca in Bolivia

Emanuele Casapiccola (il secondo da sinistra) in un campo di coca boliviano. La coca non e' la cocaina. La pianta di coca era considerata sacra dagli antichi Inca e tutt'ora e' ampiamente utilizzata in tutto l'altopiano boliviano, per preparare "te di coca" e per alleviare la fame, la sete e la fatica, bisogni che raddoppiano a piu' di 4000 metri di quota. Ecco perche' e' doveroso distinguere la pianta della coca dalla polvere bianca che si ricava dalle foglie immerse in acetone o dentro inquinantissimi composti chimici.

Il Brasile ha offerto alla Bolivia più di 300 milioni di dollari per la costruzione di una strada che dovrebbe collegare le due coste del Sud America dal Cile al Brasile passando appunto per la Bolivia. La strada andrebbe a formare un collegamento tra i dipartimenti di Cochabamba e Beni, offrendo quindi possibilità di movimento alle persone e alle loro merci. Fino a qua tutto bene, la strada però dovrebbe passare per la riserva naturale del TIPNIS (Territorio Indigena y Parque National Isidoro Secure), foresta amazzonica con animali e piante che preistoriche. La foresta dà da vivere anche a molti villaggi di uomini.

In questo momento c’è molto dibattito politico sulla costruzione della strada. Da Trinidad è partita una marcia che passando per Cochabamba arriverà a La Paz. Le persone che marciano chiedono che la strada non sia fatta oppure che passi a lato della riserva. La strada darà accesso alla foresta dando via allo sfruttamento del legname e alla coltivazione estensiva della coca per la produzione di cocaina. La costruzione stessa della foresta prevede il taglio di quasi un milione di alberi, polmoni.

Immagine dall'alto della foresta in Bolivia.

In Bolivia la terra è di chi la coltiva, i marcisti vivono della terra, non hanno soldi e per loro sarà molto difficile e faticoso arrivare fino alla capitale amministrava del paese, ci vorranno almeno tre mesi. Il governo insiste che per lo sviluppo della Bolivia è necessario fare la strada, ignorando la nuova costituzione (2009) che protegge la terra e prevede la consultazione della comunità indigena prima di promulgare una legge.

La Bolivia, come altri paesi poveri e ricchi del mondo si trova di fronte alla scelta tra due modi di vivere e di fare politica ed economia. La classica sfida tra tradizionale e moderno, campagna e città, indigeno e gringo. Nei paesi del primo mondo tutti gli sforzi sono concentrati a creare una vita comoda, dormire al caldo, mangiare bene, spostarsi senza fatica, comunicare da casa. Tuttavia una vita comoda non è necessariamente una vita felice. L’economia è produrre e vendere, non importa cosa, per chi, o se inquina. Le nuove generazioni, in Bolivia, sono travolte dal richiamo del progresso, della vita migliore. La migrazione classica, dalla campagna alla città, coinvolge famiglie intere o tipicamente i figli dei contadini che vanno a studiare e vivere in città. Come noi si riempiono di aspettative che difficilmente saranno soddisfatte.

Per me l’immagine della felicità è una donna che passa le proprie giornate nel campo sola a raccogliere foglie coca godendo della musica di una radiolina. Dopo un po’ si ferma a mangiare, gode del paesaggio e magari di un uccellino che passa di li. Quando ha finito torna a casa a piedi, incontra gli altri..

Per supportare la marcia contattaci via mail: emanuele.casapiccola@limen.tn.it

Per visitare il sito della riserva del Tipnis clicca qui

Immagine della foresta

LA REDAZIONE DI LIMEn

QUALE ACCOGLIENZA AL DI LA’ DEI LUOGHI COMUNI?

Quest’anno il Centro Astalli Trento, in collaborazione con il comune di Arco, il Cinformi, le cooperative Arcobaleno ed Ephedra, la Mnemoteca, celebra la giornata mondiale del rifugiato ad Arco con una serata di musica e testimonianze.

La serata inizierà alle 19.00 a piazza 3 novembre con il concerto dei GUANABANA. Alle 21.00 seguirà il concerto di ANANSI.

Oltre ad ascoltare buona musica, durante la serata rifletteremo assieme, grazie ad alcune testimonianze, sulla condizione che i rifugiati, costretti a fuggire dal loro paese, si trovano quotidianamenta a vivere in Italia.

VERRA’ INOLTRE PRESENTATO IL DOCUMENTARIO SU LAMPEDUSA PROMOSSO DA LIMEn E REALIZZATO DA SEBASTIANO LUCA INSINGA, GIA’ AUTORE DE “LO SCONOSCIUTO” PRESENTATO ALL’ULTIMO FILM FESTIVAL DI TRENTO.

Vi aspettiamo numerosi!

Per informazioni: Abdelazim Koko 331.6083037

La redazione di LIMEn

A 23 ANNI DALL’OMICIDO DI MAURO ROSTAGNO SI CELEBRA A TRAPANI IL PROCESSO AI MAFIOSI ACCUSATI DI AVERLO UCCISO

Dopo ben 23 anni, forse, lo Stato italiano renderà giustizia ai suoi cittadini e, in particolar modo, ai familiari di Mauro Rostagno, assassinato il 26 settembre 1988. Al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica circa lo svolgersi presso il tribunale di Trapani del processo in cui sono imputati i mafiosi Vincenzo Virga e Vito Mazzarra, il “Comitato per Mauro” ha elaborato un comunicato di cui pubblichiamo una parte.

“In quell’angolo lontano di Sicilia che è Trapani, dove per ricordare con una semplice stele la strage di Pizzolungo ci sono voluti 23 anni, si celebra oggi il processo d’assise agli assassini di Mauro Ristagno. E anche in questo caso sono occorsi 23 anni per giungere all’accusa che è stata rivolta ai suoi presunti assassini, quel Vincenzo Virga uomo di Matteo Messina Denaro e il suo sottoposto Vito Mazzara, killer anche in altre esecuzioni come quella dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto.

Un processo importante questo per far giustizia su Mauro Rostagno, ucciso in un agguato nel settembre del 1988. Un processo che va avanti da febbraio, per impegno della procura distrettuale antimafia di Palermo e del Procuratore Aggiunto Antonio Ingroia che col Pm Paci ha istruito l’accusa, e che non riceve l’attenzione pubblica che dovrebbe nonostante gli sforzi di chi anche in loco sta cercando di garantire una mobilitazione continua. Un processo che sta facendo piazza pulita dei depistaggi vergognosi che sono stati perpetrati nel corso degli anni e che sta portando a galla le responsabilità specifiche di chi li ha gestiti. Un processo che rimette anche a fuoco l’intreccio spaventoso di collusioni e omertà mafiose denunciate da Rostagno, attraverso una serie di inchieste scottanti che andava realizzando per la tv Rtc in cui operava a carico dei poteri locali, della loggia massonica Iside 2, degli affari e degli intrallazzi gestiti dalla cupola mafiosa dei Messina Denaro.

In quell’angolo lontano di Sicilia che è Trapani, dove per ricordare con una semplice stele la strage di Pizzolungo ci sono voluti 23 anni, si celebra oggi il processo d’assise agli assassini di Mauro Ristagno. E anche in questo caso sono occorsi 23 anni per giungere all’accusa che è stata rivolta ai suoi presunti assassini, quel Vincenzo Virga uomo di Matteo Messina Denaro e il suo sottoposto Vito Mazzara, killer anche in altre esecuzioni come quella dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto.

Un processo importante questo per far giustizia su Mauro Rostagno, ucciso in un agguato nel settembre del 1988. Un processo che va avanti da febbraio, per impegno della procura distrettuale antimafia di Palermo e del Procuratore Aggiunto Antonio Ingroia che col Pm Paci ha istruito l’accusa, e che non riceve l’attenzione pubblica che dovrebbe nonostante gli sforzi di chi anche in loco sta cercando di garantire una mobilitazione continua. Un processo che sta facendo piazza pulita dei depistaggi vergognosi che sono stati perpetrati nel corso degli anni e che sta portando a galla le responsabilità specifiche di chi li ha gestiti. Un processo che rimette anche a fuoco l’intreccio spaventoso di collusioni e omertà mafiose denunciate da Rostagno, attraverso una serie di inchieste scottanti che andava realizzando per la tv Rtc in cui operava a carico dei poteri locali, della loggia massonica Iside 2, degli affari e degli intrallazzi gestiti dalla cupola mafiosa dei Messina Denaro.”

Marco Boato, già parlamentare, eletto sia alla Camera che al Senato, laureato in Sociologia a Trento dove con Adriano Sofri, Paolo Sorbi, Mauro Rostagno, Guido Viale e Giorgio Pietrostefani darà vita al movimento politico Lotta Continua.

Il “Comitato per Mauro”, un’associazione costituita da amici e colleghi di Rostagno, promuove un’iniziativa pubblica a Roma che intende richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e degli organi di informazione su quanto sta emergendo nell’Aula Falcone di Trapani dove è in corso il processo.

Domenica 19 giugno, dalle ore 17,30 in poi, sarà possibile ascoltare una serie di testimonianze e interventi presso l’Alpheus in via del Commercio a Roma.

Interverranno: Claudio Fava, Leoluca Orlando, Rita Borsellino, Enrico Fontana, Gabriella Stramaccioni, Francesco Forgione, Guia Sambonet, Majid Valcarenghi, Rino Giacalone, Marco Boato (nella foto), Luigi Manconi, Enrico Deaglio, Vincino, Fulvio Abbate, Carlo Lucarelli, Paolo Brogi, Giuseppe Barbera, Fausto Maria Amato, Andrea Catarci, Maddalena Rostagno, Chicca Roveri, Cecilia D’Elia, Nicola Caracciolo, Roberto Morini, Giorgio Zacco, Valeria Gandus, Nico Blunda, Giuseppe Lo Bocchiaro, Adriana Castellucci, Andrea Purgatori e altri.